La mafia “dentro”

“Non una semplice organizzazione criminale, la mafia è qualche cosa di più di una semplice forma di criminalità organizzata. È per questa ragione che è così difficile sradicarla.”
Sabino Acquaviva

Il dolce e l'amaro
Regia: Andrea Porporati
Con: Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Toni Gambino, Renato Carpentieri
Distribuzione: Medusa

È sempre necessario parlare di mafia. Perché essa è attiva anche nei mesi in cui i morti ammazzati non riempiono le cronache dei telegiornali o le colonne dei quotidiani. I recenti fatti di Duisburg da un lato ci rammentano la portata transnazionale dei fenomeni mafiosi, dall'altra rappresentano l'espressione di una “cultura della morte”, di un'etica, barbara finché si vuole, che trae linfa da una particolare morale religiosa e da un sistema sociale più vasto di quanto si possa pensare, e affonda le proprie radici in una storia secolare di ininterrotti conflitti contro qualsiasi stato.

L'autore de Il dolce e l'amaro, Andrea Porporati, tuttavia, pur partendo da tali presupposti sociologici, ed evitando di confinare il suo dramma nel ristretto contesto palermitano, narra l'ascesa criminale di un adolescente vicino a Cosa Nostra, il cursus honorum di un giovane malvivente attratto dal potere e dal denaro, dal lusso e dalle belle donne, tutto ciò che gli uomini d'onore chiamano “il dolce”. Ma il protagonista dovrà conoscere anche l'altra faccia della medaglia: “l'amaro”, ossia la prigione e la paura della morte, la violenza e il sangue.

Nei primi anni Settanta Saro Scordia (Luigi Lo Cascio) è poco più di un bambino. Ma nei vicoli della Kalsa, il quartiere degradato di Palermo dove vive, ha già imparato molto. Ha imparato il rispetto per gli “uomini d'onore”. Ha imparato quelle regole di sopravvivenza che nessuno ha mai scritto. Solo suo padre, ucciso in galera dopo aver capeggiato una sommossa di detenuti, gliele ha sussurrate l'ultima volta che l'ha visto: “il dolce e l'amaro”. La felicità e la sofferenza. L'essenza della vita.

Gaetano Butera (Tony Gambino), un boss vecchio stampo, lo alleva come un figlioccio preparandolo all'entrata nella “Organizzazione”, e seguendone i primi passi nell'apprendistato criminale, dalle intimidazioni agli attentati, dalla riscossione del pizzo alle prime rapine; gli consente così di “assaggiare” il miele del benessere: i vestiti eleganti, l'auto sportiva, i festini a base di sesso e cocaina. Ma prima che la sua carriera delittuosa decolli la sua fedele amica d'infanzia, e amante appassionata, Ada (Donatella Finocchiaro) si rifiuta di seguirlo all'altare.

Il delirio di onnipotenza che si sta impossessando del giovane va traballando. Ada gli spiega la sua avversione a quel mondo di omertà e sopraffazione in cui egli crede fermamente. Così, malgrado l'affetto, la ragazza abbandona la Sicilia per il Nord, lasciando Saro confuso e rabbioso. La sua affiliazione a Cosa Nostra viene accelerata dall'omicidio di un trafficante di droga portato a termine con - apparente - fredda determinazione. Il giovane killer si sottopone allora al vaglio della Commissione, e a un rituale dal vago sapore arcaico, che pare un'iniziazione religiosa.

Ma solo dopo il matrimonio con una donna scelta dal suo patrigno Butera inizierà a interrogarsi sulla mafia. Coinvolto in un conflitto interno ai clan che causerà l'eliminazione del suo protettore, Saro, già padre di due bambini, è costretto a sparire. Lo ritroveremo in Piemonte, dove Ada lo accoglierà amorevolmente, e dove la legge, dopo qualche mese di felicità, verrà a chiedergli di saldare il conto. È al cospetto del giudice
Massirenti (Fabrizio Gifuni), compagno di giochi alla Kalsa, e rivale in amore, che Saro deciderà di riabilitarsi ritornando ad essere uomo…

Presentato all'ultimo Festival di Venezia, Il dolce e l'amaro mette in scena la graduale consapevolezza e “la conversione” di un giovane delinquente cresciuto nell'humus mafioso e riportato in vita dall'amore. L'elemento femminile costituisce l'aire che avvia una coscienza addormentata, traviata dalla morale disumana di Cosa Nostra. Una morale fatta di falsità e violenze, di intrighi e tradimenti, utilizzata ai propri fini da uno stuolo di presunti galantuomini. Una morale che ha saputo trasformare un ragazzo dei vicoli in uno spietato assassino.

Proprio l'omicidio consumato in un casamento popolare di Milano rappresenta il punto di non ritorno del protagonista, l'apogeo del suo degrado come individuo. Perché non c'è una briciola di coraggio in quell'atto bestiale. Saro se ne renderà conto immediatamente. Prima degli spari il ricorso all'Ave Maria, prima dell'investitura mafiosa la sceneggiata del santino dato alle fiamme: due sequenze che ritraggono l'ipocrisia di un sentire la fede religiosa come consolazione e giustificazione del male commesso.

Andrea Porporati è scrittore (La felicità impura, Nessun dolore), sceneggiatore (della serie televisiva La Piovra e della fiction Bartali, dei film Lamerica e Vite in sospeso) e regista (Il sole negli occhi) a cui non fa difetto il gusto del racconto. Con mezzi limitati, e con visibile semplicità, realizza questo Romanzo criminale “alla siciliana”, in cui manca il rilievo dello sfondo, il richiamo alla Storia di un ventennio, di un'Italia lacerata dalle guerre tra le cosche degli anni Ottanta e dal terrorismo mafioso del decennio successivo.

Il dolce e l'amaro è, però, un'altra storia. Se nel sottotesto viene delineato il profilo di un mondo immutabile divorato dalla sua stessa infinita barbarie, dalle crisi e dalle contraddizioni interne che ce lo fanno pensare debole e vulnerabile, l'ordito principale è assolutamente intimista, tutto circoscritto in una soggettività ben messa in rilievo dagli interpreti, tra i quali spiccano, anche per la loro “sicilianità”, il solito Lo Cascio nei panni del personaggio principale e l'intensa Finocchiaro. È bravo pure Renato Carpentieri nella parte di Vicari, un autorevole boss imprigionato.

Invece, appare piuttosto trascurato dalla sceneggiatura il rapporto tra Saro e il magistrato Stefano Massirenti, cosa di cui un po' ci rammarichiamo perché pur nel breve gioco di contrapposizioni e avvicinamenti, il confronto tra Lo Cascio e Gifuni replica certe atmosfere già apprezzate ne La meglio gioventù. Un'altra perla si aggiunge dunque alla ricca collana del cinema sulla mafia. Un'opera che non ha bisogno di suspense per conferire interesse a una tragedia che si svolge tutta all'interno degli individui, nella loro quotidianità. Là dove si annida il male.

CLAUDIO LUGI




Non solo crimine

“Credo che dovremmo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di
stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l'eternità: perché la mafia è un fenomeno
umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine”.
Giovanni Falcone

Nell'esordio dell'articolo precedente accennavamo alla necessità di una continua mobilitazione, politica e culturale, contro la mafia. Purtroppo, a ben vedere, questo non avviene, soprattutto per difetto della nostra classe politica, la quale, evidentemente, è scossa da urgenze più contingenti.
La stessa società italiana è distratta, pronta a ridestarsi solo se imbeccata dalle spettacolarizzazioni dei media. E puntualmente si sveglia, pronta all'indignazione e all'occupazione delle piazze quando
avvengono episodi di cronaca clamorosi, assassini eccellenti, come quelli dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nei primi anni Novanta.

Terminate le celebrazioni, scolpite le targhe di marmo, battezzate strade e istituti scolastici, si ritorna al solito torpore, in cui le mafie continuano a prosperare. Perché insistiamo a considerare Cosa Nostra prevalentemente come un semplice, seppur gravissimo, fenomeno criminale. Ma così non è. Il clamore della stampa e l'allarme delle istituzioni, le folle nelle cattedrali e le sfilate dei bambini delle scuole elementari non giovano alla mafia. Ne inquinano il substrato fertile, ne minano la capacità fascinatoria, ne svelano il volto immorale e disumano. Per questo è da tanto che non appaiono cadaveri da prima pagina.

Non è poi così secondario il fatto che la mafia non sia solo criminalità. Essa è fortemente radicata sul territorio che imbeve con una cultura e una morale consolidatasi attraverso i secoli; si è nutrita di storia, di religione, di una filosofia che ha saputo coniugare tradizione e modernità secondo una logica prettamente utilitaristica. Vale a dire che lo scopo principale delle organizzazioni mafiose è l'infinito accumulo di ricchezza, perché essa serve a produrre potere. Quel potere che si traduce in controllo capillare di ogni tipo di attività, delittuosa od onesta che sia. Ecco perché il vero volto della mafia è imperscrutabile.

La pace sociale è dunque necessaria all'azione mafiosa, gli consente di concentrarsi senza troppi disturbi negli investimenti finanziari e immobiliari, negli appalti di opere pubbliche, nella corruzione, nella gestione fraudolenta delle acque potabili e dei rifiuti tossici, nel riciclaggio del denaro sporco, nell'usura, nella contraffazione, senza per questo trascurare le estorsioni, la prostituzione, il traffico di stupefacenti, di armi e di esseri umani, limitando, però, l'uso della violenza che produce allarme nella collettività, e “appaltando” alla microcriminalità perlopiù piccoli regolamenti di conti, incendi di saracinesche, e varie altre intimidazioni.

Per questo bisogna riflettere e intervenire su una riconsiderazione degli stereotipi, talvolta amplificati dalla cinematografia e dalle fiction televisive, che presentano Cosa Nostra come un'organizzazione perfetta e invincibile, un'emergenza nazionale e mondiale, oppure un problema solo di alcune regioni del meridione d'Italia, o ancora dedita principalmente ai delitti efferati e al crimine pianificato. Nel chiarire questi equivoci possono aiutarci opere come Il dolce e l'amaro che cercano di comprendere la mentalità e l'essenza di quei codici mafiosi così radicati nella società, nella famiglia, nella mente di milioni di individui.

È questo il vero terreno di lotta alla mafia. Oggi essa è una grande impresa economica, forse la maggiore in Italia (i dati di Conoscere le mafie. Costruire la legalità pubblicati dalla Camera dei deputati nel dicembre 2000 ne stimavano intorno ai 100 mila miliardi di vecchie lire l'anno - circa 50-60 miliardi di euro - il volume d'affari) che investe i suoi soldi in attività commerciali e industriali di ogni tipo, con importanti ramificazioni politiche, burocratiche e criminali in tutto il mondo. È anche in questo campo che si può, si deve, sconfiggere la mafia, raccogliendo il monito del giudice Falcone. Poche serene parole che risuonano come una profezia nella mente degli onesti.

CLAUDIO LUGI